Senatore Franco Servello
 
05-12-2006
ABELLI, L’ANIMA SOCIALE DI UN EROE DI GUERRA
Franco Servello ha commemorato ieri a Torino Tullio Abelli, vicesegretario generale del Msi – Dn, nel trentennale della scomparsa. Hanno partecipato Ugo Martinat, Agostino Ghiglia, Massimo Massano. Hanno presenziato all’incontro la sig.ra Viana Abelli e le figlie. Pubblichiamo qui di seguito ampi brani tratti dalla relazione di Servello. Seguirà la cronaca all’evento.


Di Franco Servello
Trent’anni fa, esattamente il 10 dicembre 1976, si compiva a Roma la tragedia crudele e repentina della morte di Tullio Abelli, vicesegretario nazionale del MSI, che era fortemente impegnato nell’organizzazione dell’imminente congresso del partito, programmato per il gennaio successivo. La sua morte, a soli 55 anni d’età, rappresentò un dolore fulmineo e destinato a restare per sempre nella mente e nel cuore di tutti coloro che al partito guidato da Giorgio Almirante avevano dedicato fatica, passione, energia e speranze.
Non c’era una persona, nel partito, che non amasse, che non apprezzasse, che non ammirasse Tullio Abelli. E questo sia per il suo presente, cioè la sua attività di dirigente politico, sia per il suo passato di eroico soldato d’Italia. Tullio Abelli, nato nel 1921 a Bricherasio (Torino), dopo avere conseguito la maturità classica presso il Collegio Militare di Milano, dove fu definito dal Rettore «alunno d’eccezione», fu ammesso all’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino da dove uscì sottotenente con brillantissimi risultati: fu infatti, all’età di appena 19 anni, il più giovane sottotenente in servizio permanente effettivo dell’Esercito Italiano. Subito dopo, raggiunta la Scuola di Paracadutismo di Sabaudia, fu inquadrato nella prestigiosa Divisione “Folgore” (…).
Con il grado di tenente e la qualifica di comandante di batteria di mortai della divisione Paracadutisti “Folgore”, partecipò alla battaglia di El Alamein rimanendo gravemente ferito e venendo decorato sul campo con la Medaglia d’Argento al Valor Militare e una splendida motivazione che così recita: “«Ufficiale di artiglieria, paracadutista presso un Battaglione in critica situazione, si lanciava al contrassalto delle fanterie nemiche che avevano sopraffatto gli avamposti. Gravemente ferito, invitava gli uomini a proseguire nell’azione. Trascinato fuori dalla mischia, rifiutava energicamente di essere trasportato al posto di medicazione, chiedendo di rimanere con i suoi pezzi».
Ricoverato presso l’Istituto Rizzoli di Bologna, subì tre operazioni per riattivare l’uso della gamba ferita e qui venne sorpreso dagli eventi dell’8 settembre 1943. Si sentì profondamente umiliato, ma non perdette mai il suo entusiasmo e, non appena fu costituita la Repubblica Sociale Italiana, non esitò un istante ad aderirvi, arruolandosi volontario nella Decima Mas (…)
Il 25 aprile 1945 fu avviato al campo di concentramento di Coltano, dal quale riuscì ad evadere. Poco tempo dopo, non essendovi nulla a suo carico, tornò libero, si fece operare una quarta volta per sistemare definitivamente le conseguenze delle ferite di guerra, e si iscrisse al Politecnico di Torino. Il suo impegno politico iniziò immediatamente. Fu infatti uno dei primi ad aderire al Movimento Sociale Italiano, creato a Roma il 26 dicembre 1946, nello studio di Arturo Michelini, curando per primo l’organizzazione e la struttura del partito a Torino e in Piemonte.
Inviato dal Partito in Argentina, prese contatto con i molti italiani che vi si erano recati alla fine della seconda guerra mondiale per sfuggire alle persecuzioni dell’Italia ufficiale e ai crimini dell’Italia comunista che continuava le proprie vendette. Durante la sua permanenza a Buenos Aires, trasformò, quale condirettore, «Il Risorgimento», giornale degli italiani in Argentina, da quindicinale in quotidiano e si adoperò per far convergere adesioni, simpatie e sostegno al MSI. Il Presidente Juan Domingo Peron, dimostrando di avere una grande stima nei confronti di Abelli, gli affidò l’incarico di prendere contatto con tutti i gruppi europei simpatizzanti. Fu sicuramente quella esperienza che lo spinse a farsi promotore di importanti leggi a favore dei profughi e dei danneggiati di guerra.
Nel 1961 aveva dato inizio alla pubblicazione di un piccolo giornale di informazione e propaganda, «Il Dardo», che usciva periodicamente e con regolarità e costituiva l’unica voce capace di contrastare gli avversari politici. Pagherà a caro prezzo il suo coraggio, durante gli «anni di piombo», quando, nel febbraio 1975, verranno incendiati i locali del suo ufficio professionale, dove veniva confezionato anche «Il Dardo», e, l’anno successivo, quelli della tipografia dove il giornale veniva stampato.
Prima di rievocare l’azione politica svolta da Tullio Abelli in Parlamento, mi sia consentito ricordare un episodio forse minore, ma non meno significativo, della sua militanza politica e della sua idealità. Nel marzo del1962 nei suoi confronti fu emessa, dalla Procura presso il Tribunale di Torino, una richiesta di citazione a giudizio per il reato previsto – recitava il documento giudiziario - «dall’articolo 4 della Legge 645, per avere egli in Torino, il 21 maggio 1958 (dunque, ben quattro anni prima!), pubblicamente parlando in un comizio elettorale, esaltato il capo del fascismo e i principi di quel movimento (…).
La risposta di Tullio Abelli a quell’assurda richiesta di essere sottoposto a processo, è contenuta in un articolo ripubblicato, dopo la sua morte, sul periodico «La Provincia Subalpina». Articolo dal quale mi è caro estrapolare questo significativo brano:
E’ proprio quando il MSI-DN ha compiuto lo sforzo – che era coraggioso, perfino pericoloso – di defascistizzarsi, e non rinnegare o ripudiare un passato che è passato ed appartiene alla vicenda storica di tutto il popolo italiano, ma per sottolineare la necessità di rinnovamento, l’ansia di futuro, la logica della realtà attuale, l’urgenza della pacificazione, che sono le sole strade per cui un popolo può camminare in direzione della civiltà e dello sviluppo;
è proprio quando il MSI ha sentito il dovere di aprirsi, di inserirsi lealmente, senza condizionamenti ma anche senza preconcetti, nella situazione politica al fine di dare il proprio apporto di indispensabile equilibrio, di indispensabile spinta in avanti;
è proprio quando la nostra mano, che era chiusa, che recalcitrava a superare i motivi etici ed estetici che l’avevano tenuta rabbiosamente chiusa, si è aperta, si è tesa disarmata verso un mondo che noi ritenevamo e riteniamo superato, ma che deteneva e detiene le sorti del popolo italiano;
proprio allora i partiti italiani hanno denunciato orripilati la «lebbra fascista» che ci contaminava, proprio allora hanno fatto fronte comune contro di noi, proprio allora hanno incominciato a perseguitarci con ogni mezzo, con la pistola e con la persecuzione giudiziaria, con il fuoco e con l’abuso anticostituzionale.

Ovviamente, il miserabile tentativo di persecuzione non ebbe sèguito, mentre, in Parlamento, Tullio Abelli continuò ad essere uno dei politici più attivi, membro, in un primo tempo, della Commissione Difesa, poi della Commissione Finanze e Tesoro.
Le due battaglie più importanti che contraddistinsero il suo impegno politico testimoniano la sua fiducia nella spinta sociale. Abelli fu infatti il più deciso sostenitore della opportunità e della giustezza della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, nonché della necessità che lo Stato provvedesse a liquidare i beni depredati dai comunisti jugoslavi ai profughi giuliano-dalmati.
Per questo era amato soprattutto da migliaia di lavoratori, che sfilarono ininterrottamente, per ben tre giorni, assieme a tutti i componenti del partito (dai massimi dirigenti agli iscritti ai simpatizzanti), dinnanzi alla sua salma composta nella camera ardente allestita nella sede del Partito in via Quattro Fontane. Indimenticabili ancora oggi le parole pronunciate da Giorgio Almirante nel corso del rito funebre celebrato a Roma, nella Basilica di San Lorenzo, prima della traslazione della salma a Torino.

«Voglio ricordare», disse tra l’altro Almirante, «soprattutto la tua ansiosa battaglia per l’unità del Partito, in queste ultime settimane. Hai pagato di persona, fino alla fine. Non sapendo e non volendo piegarti, ti sei spezzato. Ma un attimo dopo, Tullio, ti sei ricomposto nell’umiltà di una morte che è un messaggio di continuità di vita e di battaglia: un messaggio che, da soldati come te, abbiamo il dovere e la forza di raccogliere e rilanciare. Grazie, Tullio, per quello che hai dato».
Ecco, parole che possono essere tranquillamente riprese e ripetute oggi da tutti noi che facciamo parte di Alleanza Nazionale e che ci ispiriamo all’esempio lasciatoci da Tullio Abelli: combattere sempre per l’unità del partito, per la fedeltà ai nostri ideali.
A Torino, per un’intera giornata, davanti alla salma giunta da Roma, sfilarono centinaia di persone, uomini e donne, operai e professionisti. Tutti avevano gli occhi lucidi, molti piangevano, ma sui volti di tutti si leggeva una forte tensione emotiva. Gli stessi giovani del Fronte della Gioventù, che avevano vegliato la salma, accusavano visibilmente il dolore per la tragedia che aveva colpito tutto il Partito. Tra la folla che assistette al rito funebre e poi accompagnò la salma all’ultimo riposo, una delegazione di paracadutisti, una di carristi e una di commilitoni superstiti dell’eroica battaglia di El Alamein. Ma particolarmente significativa fu la partecipazione, unitamente ad altri due suoi colleghi, i generali Agostani e Ricchiardi, del generale Camosso, della divisione «Folgore», che era stato il comandante di Abelli ad El Alamein. Era morto un grande italiano, ma era morto soprattutto un eroico soldato d’Italia.
Un esempio che conserva intatta la sua attualità e che può essere indicato ai giovani, ai quali va, a conclusione di questa rievocazione, un messaggio di speranza perché sulle orme dei tanti che ci hanno preceduto, possa maturare compiutamente una classe dirigente in grado di costruire l’Italia che fu il sogno di Tullio Abelli e di tutti noi.

Da il “Secolo d’Italia” di martedì 5 dicembre 2006...